Recensione
“Il risveglio dei maiali”
Mi accingo a commentare brevemente, con notevole ritardo, il pamphlet dei tre esponenti del centro studi Cestes-Proteo. E’ comunque utile farlo perché le proposte in esso contenute, riprese in numerose interviste e prese di posizione pubbliche, sono divenute il manifesto politico di talune forze, come la “Rete dei Comunisti”, che si sforzano di trovare una via di uscita dalla camicia di forza della UE dei monopoli e del debito.
Gli autori muovono da un’analisi della crisi attuale del capitalismo. Secondo loro essa ha origine nel 1971, anno in cui gli USA rompono gli accordi di Bretton Woods che regolavano la convertibilità oro-dollaro. Dunque una crisi che si protrae da circa 40 anni e che l’offensiva liberista e la globalizzazione finanziaria – utilizzate per supplire al deficit di valorizzazione del capitale - non hanno risolto.
Di conseguenza il carattere della crisi viene descritto come “sistemico e strutturale”, definizione lontana dalla teoria marxista della crisi. Per di più gli autori fanno un gran confusione fra crisi ciclica e crisi generale del capitalismo.
Fosse solo questo! La parte più dannosa dell’opuscolo sta nelle conclusioni e nelle proposte politiche che avanzano i tre autori riguardo i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).
Nel loro progetto le lotte rivendicative e sindacali per la “redistribuzione sociale della ricchezza” e per adottare “un più largo welfare per i diritti universali e per i nuovi diritti di cittadinanza”, vanno rilanciate avendo come orizzonte l’abbandono dell’euro e della Unione economica e monetaria, per costruire una nuova area (battezzata Alias, Alleanza libera per l’interscambio alternativo e solidale), con una sua moneta comune (denominata Libera, perché svincolata dai meccanismi imposti dalla BCE).
In pratica, un “modello solidale” simile a quello dell’ALBA in America Latina, da realizzare nell’Europa mediterranea.
In questa entità gli Stati “maiali” (e dunque borghesi, perché tutto ciò avverrebbe senza nessuna rivoluzione sociale, mantenendo al potere la classe proprietaria dei mezzi di produzione) riprenderebbero in mano la pianificazione economica attraverso le nazionalizzazione delle banche e di alcune industrie strategiche e in crisi, il controllo sui flussi dei capitali privati, l’azzeramento o la riduzione (mediante svalutazione) del debito pubblico, una rigida regolazione dei flussi finanziari in uscita.
Dunque, in nome della critica al riformismo, il professor Vasapollo e i suoi compagni propongono un nuovo riformismo “forte”, funzionale a settori di borghesia di stato e capitalisti piccoli e medi schiacciati dalla crisi e in conflitto con l’asse francotedesco dell'UE.
Settori, questi, che guardano con interesse alla possibilità di staccarsi dall’euro e risolvere determinati squilibri per proporsi a livello internazionale come partner privilegiati dei paesi dell’Africa settentrionale e di quelli dell’Est europeo (governati da regimi reazionari), attraverso una nuova classe dirigente ed imprese statali con caratteristiche nuove, dotate di maggiore dinamismo e autonomia.
Che ciò venga presentato sotto il manto di un’“alleanza internazionalista e anticapitalista” e in nome di una “gestione alternativa dell’economia e della politica” non deve sorprendere: sono solo frasi tanto altisonanti quanto vuote per nascondere che si rimane pur sempre nel regime capitalista.
Così come non deve meravigliare che i “nostri” professori nemmeno si pongono il problema della possibilità di un’alleanza stabile fra paesi capitalisti sottoposti alla legge dello sviluppo ineguale.
In realtà ciò deriva dal fatto che si tratta di un ipotesi socialdemocratica d’importazione, che scimmiotta all’interno dei paesi imperialisti processi progressisti che avvengono nei paesi dipendenti dall’imperialismo, come in Sudamerica.
La pretesa degli autori è quella di aprire la strada ad una transizione socialista, “per la costruzione di un’alternativa al potere globale del capitale”. Ma di quale socialismo si tratta?
Lo spiega Marx: “Una seconda forma di socialismo meno sistematica e più pratica cercava di far passare alla classe operaia la voglia di qualsiasi movimento rivoluzionario, argomentando che le potrebbe essere utile non l'uno o l'altro cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali della esistenza, cioè dei rapporti economici. Ma questo socialismo non intende affatto, con il termine di cambiamento delle condizioni materiali dell'esistenza, l'abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo in via rivoluzionaria, ma miglioramenti amministrativi svolgentisi sul terreno di quei rapporti di produzione, che dunque non cambiano nulla al rapporto fra capitale e lavoro salariato, ma che, nel migliore dei casi, diminuiscono le spese che la borghesia deve sostenere per il suo dominio e semplificano il suo bilancio statale” (Il Manifesto del Partito comunista).
In realtà, la proposta avanzata dai tre autori, seppure dietro la premessa dell’irriformabilità del capitalismo, non rappresenta una vera alternativa, perchè elude il nodo fondamentale del potere politico che resterebbe nelle mani della borghesia.
Il problema, infatti, non è la moneta o la sovranità monetaria in sé, ma la classe sociale che ha in mano le leve della produzione e dello scambio, i rapporti sociali che sono dietro l’euro o “Libera”.
Le tesi politiche presentate ne “Il risveglio dei maiali” sono controrivoluzionarie perchè negano la rottura della catena imperialista nei suoi punti più deboli da parte del proletariato di un singolo paese o di un gruppo di paesi ed ipotizzando un’uscita concertata dall’UE da parte delle classi dominanti di alcuni paesi periferici.
Il risultato, è che fra il sistema socio-economico della borghesia franco-tedesca e quello dei “maiali risvegliati” si manterrebbe un legame ininterrotto, poichè il “postcapitalismo” dei tre autori non prevede la dittatura del proletariato e l’abolizione dello sfruttamento capitalistico, ma solo la “democrazia partecipativa” e un “diverso modello di sviluppo”, collocandosi così nel novero delle tante “terze vie”.
Gli autori del pamphlet si inseriscono a pieno titolo in quella corrente opportunista che ha sempre propagandato “ipotesi di transizione” e “stadi intermedi” fra la dittatura borghese e la dittatura del proletariato, tanto inesistenti quanto utili a inculcare negli sfruttati l’illusione di un passaggio pacifico e diluito all’infinito da un sistema all’altro.
Quello proposto da Vasapollo, Martufi e Arriola è un nuovo (e certo più moderno) "modello di sviluppo", per trasformare il capitalismo nell'ambito del capitalismo, con qualche aggiunta di "revolucion ciudadana" e di “socialismo del XXI secolo”. Ma anche in questo caso la questione della rivoluzione sociale, del potere (non quello di acquisto, bensì quello politico), della demolizione dei rapporti di produzione capitalistici, dei nuovi rapporti di produzione e di scambio è semplicemente rimossa dagli autori. Così come è cancellata la teoria marxista dello Stato.
L’ipotesi contenuta ne “Il risveglio dei maiali”, consistente nella fantasiosa creazione di un sistema economico e finanziario “normale” nell’ambito del sistema imperialista mondiale, nella graduale immissione di elementi di "socialismo" e di “solidarietà sociale” dentro il sistema attuale, è tanto fittizia quanto rovinosa.
Chiediamoci: se in seguito a una crisi gravissima i gruppi monopolisti subissero una sconfitta sulla questione dell’appartenenza all’eurozona, per quale motivo la classe operaia e le masse popolari dovrebbero mettersi al carro di alcuni settori borghesi in competizione contro altri settori e limitarsi all’Alias e a Libera, invece di prendere per via rivoluzionaria il potere e costruire il socialismo, uscendo dalla UE, dall’euro e dalla NATO?
Nulla di nuovo dunque sotto il sole, “Il risveglio dei maiali” è solo un esempio in più del continuo ridestarsi del socialismo utopista e della socialdemocrazia contro il socialismo proletario.
Alla alleanza “dei poveri sudisti” contro i “cattivi nordisti” prospettata da Vasapollo e colleghi dobbiamo contrapporre l’internazionalismo proletario, l’alleanza fra gli sfruttati e gli oppressi per abbattere il capitalismo e costruire il socialismo, prima tappa della società comunista.
Pietrangeli
Da “Teoria e Prassi” n.25 – Luglio 2013
(vedi i dettagli del libro nella sezione “Libreria – consigliati”)